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Reggia di Venaria Reale

Nel 2005, all’interno del monumentale complesso della Reggia di Venaria Reale, è nato il Centro di Conservazione e Restauro, considerato oggi come vera eccellenza italiana.  Il suo Segretario Generale, Elisa Rosso, ci racconta come gli

Nel 2005, all’interno del monumentale complesso della Reggia di Venaria Reale, è nato il Centro di Conservazione e Restauro, considerato oggi come vera eccellenza italiana.  Il suo Segretario Generale, Elisa Rosso, ci racconta come gli studenti diventino restauratori altamente qualificati e richiesti in ogni parte del mondo.

Come è nato il CCR?
La volontà di fondare il Centro è stata contemporanea al processo di riqualificazione della Reggia di Venaria Reale che, alla fine degli anni ’90, era in uno stato di totale degrado e abbandono. Proprio allora le istituzioni locali insieme al Ministro dei Beni Culturali Walter Veltroni, ebbero l’idea di un grande progetto finanziato in parte da fondi europei e in parte da risorse del governo italiano: un centro che da subito si occupasse di ricerca, formazione e intervento nel campo del restauro e della conservazione dei beni culturali. Questa esigenza era dovuta non solo al bisogno di avere un terzo polo in Italia, con Roma e Firenze, ma soprattutto alla specificità del patrimonio delle residenze sabaude. I soci fondatori sono prevalentemente istituzioni pubbliche – Ministero dei Beni Culturali, Regione Piemonte, Città di Torino, Città di Venaria Reale, Città Metropolitana di Torino, Università degli Studi – e istituzioni private – Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino.

Come è strutturato il percorso di studio?
È un percorso quinquennale diviso in varie aree di intervento. Da subito i ragazzi devono sapere quale indirizzo prendere e avere le idee molto chiare. L’esame d’ingresso prevede prove teoriche e prove pratiche, anche di abilità manuale. Prendiamo solo 25 studenti l’anno, seguiti in maniera attenta e scrupolosa in virtù del fatto che il 50% dell’attività si svolge in laboratorio e l’80% del lavoro è eseguito su opere tutelate dalla sovrintendenza dei beni culturali. L’estate poi, grazie a progetti nati in collaborazione con musei e istituzioni culturali, gli studenti lavorano in veri cantieri in Italia e all’estero. Per i ragazzi è una scelta molto impegnativa anche da un punto di vista economico ma tutti, o quasi, arrivano alla fine del percorso. Inoltre la laurea è già un’abilitazione all’ esercizio della professione perché conferita contemporaneamente al diploma. I neolaureati sono restauratori professionisti abilitati ai sensi del codice dei beni culturali.

Con un bagaglio pesante di conoscenze scientifiche, teoriche e tecniche, i ragazzi che reali prospettive di mercato hanno?
Molti vanno all’estero. Giovani, motivati e privi di vincoli, i nostri restauratori fanno esperienza in altri paesi, Russia, Emirati Arabi, Qatar, Stati Uniti, Inghilterra, Francia…perché il restauro prevede tecniche e metodologie molto diverse da paese a paese. Purtroppo negli ultimi anni in Italia il mercato si è molto contratto per via della crisi. Un mercato tendenzialmente pubblico (i grandi restauri sono di opere appartenenti alla collettività e le risorse degli enti pubblici sono effettivamente diminuite), che spesso porta ad una competizione al ribasso dei prezzi tra le imprese. È evidente che qualsiasi talento che emigri sia per la collettività un investimento perso ma questi ragazzi non necessariamente rimarranno fuori per sempre. Le statistiche dicono che i nostri neolaureati siano altamente qualificati con un’occupazione pari al 98%. Noi stessi li coinvolgiamo in numerose attività dovendo realizzare per conto terzi interventi di restauro.

Qui al CCR, oltre al restauro dell’antico, viene data importanza anche al restauro dell’arte contemporanea. Quest’ultima che problematiche presenta?
Erroneamente si crede che il contemporaneo non abbia bisogno di restauro proprio perché contemporaneo ma spesso materiale di 50 anni fa ha già subìto processi di degrado ed ha bisogno di intervento. I motivi sono molteplici, l’uso di materiali poveri non necessariamente fatti per durare, il carattere effimero e transitorio dell’opera nella concezione dell’artista, l’uso di materiali, quelli plastici ad esempio, senza alcuna tradizione di uso artistico e ancora oggi in fase di studio. In alcuni casi l’artista è vivente e va interpellato per sapere che idea abbia della sua opera, per approfondire gli aspetti tecnici e materici e condividere le metodologie di restauro. Un’opera danneggiata che non possa girare ed essere esposta vedrà diminuire il suo valore patrimoniale con i problemi che ne conseguono.

È vero che oggi il restauro, più che riparazione dell’opera, è inteso come conservazione e prevenzione dal deterioramento, e come manutenzione degli stessi restauri nel tempo?
Oggi c’è molta attenzione al tema della conservazione preventiva e questo è il lavoro che stiamo facendo con le residenze reali europee: un monitoraggio per facilitare la riduzione dei processi di degrado. Nelle residenze piemontesi ad esempio c’è un grande lavoro sulle condizioni termo igrometriche attraverso il posizionamento di sensori che rilevano temperatura e umidità soprattutto in casi in cui non ci sia una presenza umana costante. Al CCR siamo ora concentrati su un progetto per la conservazione dei beni ecclesiastici diffusi.

Come arrivano gli oggetti da restaurare?
Arrivano da istituzioni pubbliche e private grazie alla rete di relazioni creata dal nostro team di storici dell’arte. Individuata l’opera su cui intervenire comincia il lavoro di diagnostici e restauratori, a volte anche su restauri precedenti perché le tecniche sono cambiate rispetto anche solo agli anni ‘90.

Qual è il tempo di un restauro?

È molto variabile, dipende dall’opera e dal problema. L’approfondimento diagnostico è la vera evoluzione del restauro negli ultimi anni. Però il lavoro è manuale ed è difficile un aumento di produttività: la manodopera non lascia spazio ai processi di automazione.

C’è collaborazione con i centri di Roma e Firenze?
Il rapporto di collaborazione è molto forte ed è essenzialmente incentrato su progetti di ricerca e approfondimento.

Perché siete un’eccellenza?
Direi per il rigore metodologico e l’applicazione di un metodo multidisciplinare che ha reso i processi di intervento estremamente accurati. Qui convivono laboratori scientifici e laboratori di restauro per un’indagine conoscitiva sull’opera che un restauratore privato non fa o non si può permettere.

by Francesca Macchia

info@excellencemagazine.luxury

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