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Il giardino segreto di Villa Gamberaia

La scrittrice americana Edith Wharton scriveva, all'inizio del Novecento, che il giardino deve dare l'impressione che la casa si estenda all'aria aperta, celando i suoi diversi aspetti, l'uno dentro l'altro, in modo che passeggiandovi si venga colti da una

La scrittrice americana Edith Wharton scriveva, all’inizio del Novecento, che il giardino deve dare l’impressione che la casa si estenda all’aria aperta, celando i suoi diversi aspetti, l’uno dentro l’altro, in modo che passeggiandovi si venga colti da una serie di impressioni più che da un unico colpo d’occhio. Dopo aver passeggiato ci si allontana con l’impressione d’aver scorso più tempo e d’aver scoperto più orizzonti di quel che in realtà è stato.

Questa è la sensazione che si riceve visitando Villa Gamberaia che guarda Firenze e la valle dell’Arno. Un piccolo eden, il suo sontuoso giardino è ricco di movimento grazie alla presenza di aiuole, vialetti e siepi  disposti come in un ricamo intervallati da specchi d’acqua e da riflessi di luce che duplicano il gioco delle piante. Così come richiedeva l’estetica dell’ Umanesimo il giardino è una metafora dell’animo umano, delle sue gioie, delle sue malinconie e della vita come avvicendarsi di vicende alterne. Così il giardino, come accade con i cani, assomiglia al suo padrone e ne esprime la sua personalità. È un gioco che vale la pena di fare andando in visita dagli amici mentre mostrano orgogliosi il proprio giardino.

Annesso alla villa agli inizi del 1600, il giardino all’italiana fu sistemato successivamente dalla famiglia Capponi. La seconda guerra mondiale lo aveva praticamente distrutto ma è stato ricostruito recentemente, conforme al disegno originario, con il giardino di agrumi, la limonaia e il boschetto di lecci il viale d’accesso, il campo di bocce sull’erba, così come erano stati concepiti nel 1700 anche se il giardino ha una struttura rinascimentale, molto ricco di decori in pietra, balconate e scale, statue, fontane e vasoni, oltre allo splendido ninfeo. Dopo essere appartenuto a diverse famiglie nel corso dell’Ottocento, tra cui anche la principessa rumena Ghyka che apportò geniali cambiamenti, il giardino è sempre stato meta di studiosi, architetti e appassionati di tutto il mondo per la sua particolare struttura, la proporzione e l’articolazione degli spazi.

Un giardino dal carattere dinamico, modulato, piccolo e grande, intimo e aperto che trasmette prestigio e pace. Dopo la guerra la villa fu ceduta al Vaticano e poi acquistata da Marcello e Nerina Marchi nel 1952. Dal 1994, i loro eredi, la famiglia Zalum, di origini libanesi, ne proseguono l’opera di valorizzazione offrendo la possibilità di visitare il giardino ed eventualmente di trascorrere brevi soggiorni.

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