Venezia e le mani di Lorenzo Quinn. «Papà ispira la mia arte»

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Mani. Mani che sorreggono, con tenerezza, delicatamente, una piccola Terra azzurra che sembra ancora più fragile («Tree of Life», «Albero della vita», davanti alla chiesa di St Martin a Birmingham: commemora le vittime dei bombardamenti della seconda guerra mondiale). Mani. Mani gigantesche, che uscivano dall’acqua del Canal Grande, come in una richiesta d’aiuto, o come se volessero soccorrerci, aiutare i palazzi veneziani («Support», «Supporto», che due anni fa è stata una delle opera più fotografate della Biennale).

E, adesso, sempre a Venezia, ancora mani. Sei paia di mani, alte quindici metri e larghe venti, una sorta di misterioso portale, all’Arsenale. È «Building Bridges», «Costruire ponti», e come le altre mani è opera di Lorenzo Quinn, scultore, figlio del grande Anthony, per metà italiano e veneziano ad honorem («Mia madre, mia moglie sono veneziane: è un po’ la mia casa, anche se vivo a Barcellona»).

Per l’inaugurazione dell’opera un concerto di Andrea Bocelli e gala per presentare quest’opera gigantesca montata nei giorni scorsi che Quinn ha immaginato come «il simbolo di tutto quello che unisce. Le mani sono al centro del mio lavoro perché con le mani facciamo tutto: il bene, ma anche il male. Creiamo arte. Accarezziamo i nostri figli. Sento la responsabilità di lasciare qualcosa ai nostri figli, questo mondo da noi ricevuto in prestito dai nostri padri per conservarlo e possibilmente renderlo migliore prima di consegnarlo ai nostri figli… Le mani. Senza le mani non possiamo agire. E quest’epoca che ci è toccata vivere è un’epoca nella quale c’è bisogno di lavorare. Insieme. Con le mani. Per costruire qualcosa. I ponti, sicuramente. Faccio arte visibile a tutti, alla gente, perché per me l’arte è patrimonio del mondo, senza frontiere».

Lorenzo Quinn Venice

Artista senza etichette

Una cosa che Quinn ha imparato da suo padre. «Mi ha lasciato l’esempio di un artista davvero senza etichette: lui era per metà nativo americano e metà irlandese, nato in Messico e cresciuto negli Stati Uniti, ha lavorato a Hollywood e in Italia e ovunque si facesse cinema, è stato il primo attore davvero internazionale. Un’altra cosa che mi ha insegnato? L’importanza del lavoro, l’etica del lavoro. Ha lavorato per tutta la vita, cominciò a 3 anni appena, vendendo frutta nei campi, lui che da adulto ha vinto anche l’Oscar e non ha più smesso di lavorare. All’arte si avvicinò durante le lunghissime pause sul set, dipingeva, scolpiva… nell’ultima parte della sua vita era la sua passione dominante. Sì, la mia ispirazione è mio padre: nessun film in particolare, proprio mio padre come persona, come essere umano».

Venezia città senza frontiere

Perché proprio Venezia, nel 2017 e adesso? «È la città dei ponti e la città senza frontiere, la repubblica aperta a tutto il mondo. Forse è per questo che tra i veneziani, dai cittadini normali al sindaco, c’è stato tanto entusiasmo, oggi come due anni fa, e l’opera del 2017 finirà qui stabilmente, alla Viu, l’università internazionale di San Servolo. Insomma è la città della cultura universale, da molto prima della magnifica Biennale».

Sei paia di mani per significare sei valori universali: «Amicizia, saggezza, l’aiuto reciproco, la fede, la speranza. E poi, ovviamente, l’amore. Perché è l’amore che cambia il mondo, ancora più dell’arte. E il mondo però si cambia con le mani. Tutti insieme. Quest’opera vuole ricordarcelo… in scala extralarge, ecco».

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