Moda sostenibile il Parlamento britannico detta le regole

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Il Parlamento britannico boccia la moda insostenibile, e quest’ultima risponde additando l’inadeguatezza di infrastrutture per il riciclaggio dei rifiuti. Attraverso un report di Drapers, le aziende fashion di Sua Maestà hanno mandato la prima vera risposta all’inchiesta pubblicata dall’Environmental Audit Committee (Eac) di Londra lo scorso febbraio. E si tratta di una richiesta di sostegno inviata al Governo britannico.

Oltre il 90% delle aziende intervistate da Drapers (gli executives e operatori di settore coinvolti sono circa 370) si è schierata a fianco dell’Eac, ammettendo la necessità di obiettivi più rigidi in termini di riduzione dell’impatto ambientale (tra questi i target “zero-emissions” e l’adesione al Modern Slavery Act) e di multe per quanti evidenzino sforzi insufficienti.

Tuttavia, anche il governo deve fare la sua parte: l’84% circa delle aziende del panel ha infatti parlato della “necessità di maggiori investimenti nelle infrastrutture per il riciclo”, oggi inadeguate, e di una maggiore chiarezza nel delineare “pratiche insostenibili fuorilegge”.

È interessante, commenta The Current Daily, che oggi la maggior parte dei retailer (92,2%) individui la sostenibilità come “un imperativo commerciale per le loro imprese”: questa affermazione è guidata dal cambiamento delle richieste dei consumatori, con il 91,6% dei brand che parla di “un crescente interesse nei confronti della sostenibilità da parte dei propri clienti”.

Il via ufficiale dell’iniziativa dell’Environmental Audit Committee risale all’ottobre scorso, quando la commissione che fa capo al sistema parlamentare d’Oltremanica ha sottoposto alle 16 maggiori aziende del fashion inglese (settore che oggi vale oltre 36 miliardi di euro) un questionario relativo alle best practice già in atto, all’adesione volontaria a programmi votati alla sostenibilità ambientale e alla coerenza rispetto a norme e iniziative a tutela dei diritti dei lavoratori. Sotto la lente del Parlamento sono finiti i processi della manifattura, i contratti di lavoro, gli inventari e gli smaltimenti delle giacenze.

Tra le aziende “meno impegnate” in termini di sostenibilità ci sarebbero JD SportsSports Direct, Amazon Uk, Boohoo e Missguided, mentre i brand protagonisti dei maggiori sforzi in positivo figurano Asos, Marks & Spencer, Tesco, Primark e Burberry.

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Emanuela Zini
Emanuela Zini
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